Il Fronte del Cielo - 87^ Squadriglia S.V.A. "La Serenissima" - Il Volo su Vienna

Il Cap. Massoni su velivolo SVA Aeroporto della Malpensa. In una brumosa mattina di fine novembre 1917 il capitano pilota Alberto Masprone di Verona, raccolti intorno a sé alcun i piloti suoi concittadini, lanciò un idea che era sorta nella mente sua e dell’amico ten. Aldo Finzi: formeranno una squadriglia di veneti, riunendo nel reparto tutti i piloti veneti che si trovano sul campo in attesa di essere destinati a qualche squadriglia al fronte, reduci dall’attività bellica o dalla scuola tiro di Furbara. il Veneto, tormentato dalla guerra logorante, darà alla patria un nuovo strumento di vittoria: una squadriglia dotata dei nuovi veloci SVA e formata da piloti affiatatissimi, uniti tra di loro da profondi vincoli di amicizia, coraggiosi e preparati. C’è già, nella mente dei promotori, il nome da dare alla squadriglia: sarà la “Serenissima” e si fregierà del leone alato di S. Marco.

L’idea è accolta con calore, ed il ten. G.B. Granzarolo, i s.ten. Guglielmo Vianini, Nello Marani, Angelo Ferrarin, Alberto Grazzini e Fornasari sono i primi piloti che si uniscono a Masprone e Finzi. Anche un bergamasco, la cui perizia è altamente apprezzata ed a cui tutti sono legati da profonda amicizia, è accolto nel gruppo, il ten. Antonio Locatelli. Il commissario dell’Aeronautica a Roma, ed il magg. Capuzzo del Comando Supremo, danno subito il loro benestare, e la “Serenissima” (il nome le verrà ufficialmente riconosciuto dopo il volo su Vienna) viene costituita come 87^ Squadriglia con compiti di ricognizione a lungo raggio. Da Ponte San Pietro (Bg), dove ricevono gli SVA, i piloti si trasferiscono ai primissimi del ’18 a Ghedi, di dove si spingono in ricognizioni strategiche sulle valli trentine (Valsugana, Val di Non, Val Sarca, ect.), sulle Giudicarie, su Trento, fino ed oltre Innsbruck. Ai primi di maggio, mentre si aggiungono ai primi della schiera i piloti tenenti Contratti e Sarti, effettuano una riuscita ricognizione fotografica su Trieste i tenenti Locatelli e Granzarolo. Il 1° maggio il s. ten. Marani chiede di andare a vedere il nuovo campo in allestimento per la Squadriglia a Nogara (Verona): giunto su Mantova gli si guasta il contagiri ma, fidando nel suo orecchio esercitato, Marani si porta in quel di Nogara, sul campo dove – nonostante l’esplicito divieto del Comandante – si accinge all’atterraggio. Otto giorni di pioggia avevano reso impraticabile il prato, divenuto un acquitrino: Cappottata secca. Marani scivola a terra di sotto l’aereo, gli par di sentire odore di bruciato, sviene. L’incidente vale a far scartare Nogara come campo per aerei veloci, e quindi il Comando Supremo sposta l’87^ Squadriglia a Padova, dove operava la 91^ Squadriglia di Baracca. Dopo un po’ entrambe le squadriglie lasciano il nuovo campo: la 91^ a Treviso, la 87^ poco lontano, a San Pelagio.

In giugno, dopo che, tra le tante altre, erano state effettuate memorabili azioni – quali il bombardamento di Campo Maggiore da parte dell’intera Squadriglia, la ricognizione fotografica effettuata il 21 maggio da Locatelli e Ferrarin, spintisi fin sul Lago di Costanza (un raid di 750 chilometri in quattro ore e un quarto), l’importante ricognizione dei ten. Sarti e Vianini lungo il Tagliamento fino alle sorgenti – la Squadriglia partecipa in massa alla battaglia del Piave con azioni di ogni genere. In quello stesso tempo Locatelli effettua un volo di 900 chilometri, di cui 800 in territorio nemico, per inondare zagabria di manifestini, volo compiuto in 5 ore e 50 minuti. Alla fine del mese il Cap. Masprone è a rapporto dal gen. Bongiovanni, capo dell’Aeronautica del Comando Supremo, che gli chiede di preparare quattro SVA per un volo di milleduecento chilometri su territorio nemico. Ogni aereo avrebbe dovuto portare un carico di venti-trenta chili di manifestini. Masprone, che afferra al volo l’idea, risponde che se alcuni aerei devono volare su Vienna, come gli fa pensare la proposta, tutta la Squadriglia deve parteciparvi con un volo di massa. In quattro settimane il Cap. Masprone prevede di preparare i 14 aerei della 87^ Squadriglia. Per darne solo quattro, otto giorni sarebbero bastati. Il gen. Bongiovanni acconsente alla preparazione dell’intera Squadriglia, e Masprone si mette subito all’opera; sospesa quasi completamente l’attività bellica, procede all’addestramento del reparto al lungo volo. Dopo una decina di giorni, mentre l’addestramento prosegue a ritmo serrato, il gen. Bongiovanni convoca ancora il cap. Masprone e gli fa presente che il magg. Gabriele D’Annunzio, ch fin dal 1915 aveva pensato a quel volo, ha chiesto di prendervi parte. Ma … lo SVA è monoposto. Si ce n’è uno alla Squadriglia che l’Ansaldo aveva adattato a biposto, e che il cap. Bourlot, del Comando Supremo, ha in consegna: basterebbe levare le due mitragliatrici e sostituire il serbatoio della benzina con uno di maggiore capacità, e D’Annunzio sarebbe servito, sempre che Bourlot fosse disposto a volare con uno che si porta in volo un sacco di talismani destinati non a farlo tornare, ma a fargli incontrare la “bella morte” in faccia al nemico… (Poi, trovato il pilota nell’”aquila infallibile dagli occhi chiari”, Natale Palli, D’Annunzio volerà seduto sul grosso serbatoio tenendo una mano sotto la punta del pugnale per non forarlo). Di studiare i dettagli dell’impresa sono incaricati, con il Capo di Stato Maggiore del’Aeronautica col. Franchini Stappo, il cap. Porro dell’ufficio operazioni, il cap. Masprone ed i tenenti Finzi e Locatelli. Si stabilisce così che partiranno due gruppi di sette aerei ciascuno in formazione a cuneo: il primo velivolo, disarmato, con Gabriele D'annunzio, sarà difeso da Finzi e dal serg. Gino Allegri (ribattezzato "Fra Ginepro" dal Poeta), della 4^ Armata, pilota aggregato, come il cap. Costantini, per il volo su Vienna. Il secondo gruppo avrà in testa Locatelli, con Masprone alla sua destra. Nella prima parte del raid si punterà direttamente sulla capitala austriaca, al ritorno invece si farà rotta per Postumia-Venezia. I pericoli dell'impresa erano costituiti più che altro dalla lunghezza del percorso, e poi dai Fokker del campo di Wiener-Neustadt, che per due volte si doveva sorvolare. i caccia ivi dislocati erano adibiti appunto alla difesa della capitale.

Verso la fine di luglio tutto era pronto: le lunghe crociere avevano dimostrato la generosità degli apparecchi ed avevano cementato la coesione dei piloti, che si potevano considerare  tutti perfettamente addestrati al grande volo di massa. Ma durante una dimostrazione per gli osservatori del campo di Marcon (Treviso) il biposto pilotato da Bourlot cadeva in vite, determinando la morte del pilota e la distruzione  dell'aereo. Negli stessi giorno sul Piave veviva abbattuto dala contraerea il cap. Costantini. D'Annunzio è sul punto di disperarsi, ma un giorno arriva raggiante da Masprone: l'ing. Brezzi dell'Ansaldo sta lavorando giorno e notte per adattare un altro biposto, che Stoppani porterà in volo a Padova. C'è pronto anche il pilota, il cap. Palli. Masprone ottiene una proroga di cinque giorni dal Comando Supremo, per accontentare il legittimo desiderio di D'Annunzio, ma non di più, perchè si è saputo che la Germania sta mandando truppe fresche in Austria per risollevare il morale dell'alleato, abbattuto dallo scacco subito sul Piave, e bisogna riprendere al più presto le ricognizioni strategiche.  Il 1° agosto fervore di vigilia a San Pelagio: l'indomani gli SVA avrebbero preso la via di Vienna. D'Annunzio è ospite della "Serenissima", che ha raggiunto dal suo campo del Lido. Il mattino del 2 agosto un cielo sereno si stende sulla pianura veneta: gli aerei decollano e puntano sulle Alpi, ma qui una impenetrabile cortina di nubi li costringe a rientrare. Al ritorno il destino pare ancor più beffarsi degli audaci: una densa nebbia, nonostante la stagione estiva, copre tutta la pianura padana. In casi del genere ogni pilota era libero di scegliere il luogo d'atterraggio, e così la formazione si divide: soltanto sette piloti, tra cui Palli e Masprone riescono a forare l'ostile cortina a San Pelagio ed atterrano alla base, mentre gli altri vanno a finire a Verona, a Ferrara e persino a Bergamo e a Bologna. Masprone è incollato al telefono per avere notizie dei mancanti: una ad una giungono le voci arrochite dal microfono: tre aerei hanno cappottato e sono fuori uso, mentre per fortuna nessuna perdita si lamenta fra i piloti. Rientrati i quattro superstiti a San Pelagio, gli specialisti si affannano a ripetere le operazioni di approntamento degli SVA. Il giorno cinque la Squadriglia è nuovamente pronta per l'involo. L'alba del giorno sei però sorprende i piloti con un cielo interamente coperto: impossibile affrontare il volo sulle Alpi. Il giorno successivo dopo una notte stellata, ancora cielo coperto e nebbioso. I piloti cominciano a risentire dell'ansia, che si stà mutando lentamente in nervosismo. Ma l'otto mattina il cielo è tornato splendido e il decollo viene ripetuto. E' in volo  una formazione unica a cuneo di undici aerei. La piana veneta è sorvolata, sfilano le fertili campagne assolate sotto le ali della "Serenissima"; i motori cantano al'unisono, l'entusiasmo è alle stelle. Ma... sull'Isonzo riecco le nubi! La grigia cappa si stende fino oltre le Alpi, senza uno squarcio, ed è evidente che tutta l'Austria è sotto quella coltre di piombo. D'annunzio e Masprone hanno le lacrime agli occhi, ma devono far ritorno a San Pelagio!

Al campo ci sono novità per il cap. Masprone: è atteso al Comando Supremo. Là gli dicono che deve rimandare ad altri tempi il volo su Vienna: l'Ufficio Informazioni è in possesso di notizie allarmanti che la ricognizione deve subito controllare e documentare... Masprone insiste per ritentare una terza volta, l'indomani. Se il tempo non consentirà l'impresa, questa verrà rimandata sine die. Anche D'annunzio fà pressioni, e la proroga di un giorno viene concessa. E' un tentativo in extremis. In un solo giorno infatti, è problematico mettere a punto minuziosamente gli aerei della Squadriglia. ma la fede del Poeta e di Masprone si trasfonde nel personale tutto del reparto, e motoristi e montatori, a fianco dei piloti, danno il loro meglio per la riuscita dell'impresa che ancora sembra un sogno. Nove agosto 1918, ore 5,30: sull'erba rorida di San Pelagio sono a salutare la partenza della "Serenissima" sotto un cielo più che mai limpido, il gen. Bongiovanni, il col. Franchini ed il cap. Porro. Masprone ripete ai piloti l'ordine di abbandonare la formazione e fare immediatamente ritorno qualora fossero sorti dei dubbi sul perfetto funzionamento dei motori. Alle parole del comandante di Squadriglia gli occhi di D'Annunzio s'incontrano rapidi con quelli di Palli, di Massoni, di Locatelli e Allegri, che hanno un impercettibile balenio d'assenso: è la conferma che la promessa sarà rispettata: il Poeta aveva fatto giurare ai quattro che, qualunque tempo avessero trovato lungo la rotta, avrebbero in ogni caso raggiunto Vienna...

Gli undici piloti si issano a bordo, s'imbracano, calcandosi gli occhialoni sugli occhi; le mani si agitano in un saluto entusiastico. Alle 5,50 decolla Locatelli seguito da tutti gli altri. La formazione è rapidamente composta e punta diritta sulla meta. Sornione dai fianchi delle fusoliere sorride il Leone Alato. Sono in volo, nell'ordine di stormo: Palli, con D'Annunzio, Locatelli, Allegri, Ferrarin, Censi, Granzarolo, Masprone, Contratti, Sarti, Finzi, Massoni. Ma soltanto dopo pochi chilometri dalla partenza il motore di Masprone pianta improvvisamente è il Comandante della "Serenissima" è costretto ad un fortunoso atterraggio fra gli alberi  che gli costa una frattura alla mandibola. Prima delle linee anche Angelo Ferrarin e Contratti devono rientrare a causa dell'irregolare funzionamento del motore. Gli otto piloti rimasti serrano sotto, ed il volo prosegue. Le Alpi vengono sorvolate, sotto le ali tricolori s'apre il territorio degli Asburgo. a Wiener-Neustadt, proprio sopra il nido delle aquile avversarie, a Sarti si rompe la molla di una valvola di aspirazione, incidente che provoca un principio di incendio e costringe il pilota ad atterrare ... in bocca al lupo. Sarti riesce  a distruggere lo SVA prima di cadere prigioniero. Intanto il "numero settenario della costellazione fatale," è in vista della capitale nemica; vengono raggiunti i sobborghi,  e per due volte la città imperiale viene sorvolata dagli Italiani. Per le vie la folla incredula raccoglie il messaggio tricolore che in migliaia di esemplari scende dal cielo audacemente violato. Alle 12.40 i sette SVA atterrano a San Pelagio. Per primo tocca terra il ten. Lodovico Censi, che ai camerati accorsi grida: "a settecento metri su Vienna"! Commentando a mensa, col gen. Bongiovanni e tutti i piloti, l'impresa compiuta, il Poeta affermava. "Questa nostra impresa noi l'abbiamo voluta ostinatissimamente. E' nobile perchè porta l'impronta della volontà indefessa. Nacque in quella sera lontana del primo anno di guerra, là, sul piano di Campoformido, quando nella carta la matita rossa tracciò per scongiuro e per voto la linea della rotta dal villaggio del basso Trattato alla capitale austriaca. "C'è una predestinazione segreta dentro il disegno. C'era perfino l'influsso del numero perfettissimo. Da principio eravamo in  quattordici. E quelli che desiderarono e lavorarono e aspettarono e s'affannarono e poi furono dalla sorte delusi, quelli devono essere lodati come gli altri, come gli eletti della fortuna. Avevo portato meco per un buon augurio,  il mio guidone azzurro di Cattaro costellato dalle sette stelle dell'Orsa, il segno che m'era stato fausto nella notte adriatica quando trassi dal labirinto marino il motto di guerra che la squadriglia di nome "Serenissima" ha raccolto e fatto suo: "iterum rudit Leo".

"Il mattino del nove  eravamo undici alla partenza... sono tutti qui seduti, intorno a questa mensa, degni dello stesso onore i fortunati e gli sfortunati. Uno di essi, Masprone, ha la bocca ferita, e pure sorride senza invidia e senza rancore. Sopra la foce del Piave eravamo otto. Ma il numero settenario della costellazione fatale doveva prevalere. prima della meta l'ottava stella si consumava come una delle lacrime di fuoco che solcano l'aria di queste notti di San Lorenzo. "O compagni, offriamo il megio dei nostri cuori al prigioniero che è triste e solo, laggiù, avendo perduto la libertà, che è mille volte più preziosa della vita". La Serenissima, lo "strale", come anche l'aveva chiamata il Poeta, aveva colpito nel segno.

Articolo di Gianni Cantù, Nuove Ali, 1958

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